SportVerona – 600 Km

250519_11E’ passato quasi un mese dal 400 di Corsico, ma per staccare il biglietto per la PBP manca ancora un tassello: il 600.
Nei miei piani avrei voluto farlo la settimana prima, a Paderno, ma le pessime condizioni meteo previste per quel week end, mi fanno optare per rimandare l’impegno di una settimana. E poi, per dirla tutta, a Verona sono legato per via degli amici della Lupatotina, delle 50 salite di Luparound e… se devo vederci un senso in tutto questo, il mio cuore dice di andare nella città di Romeo e Giulietta. SportVerona “I Magnifici 4” è un evento che riunisce le 4 distanze necessarie per andare a Parigi. Tutti e quattro i percorsi sono stati disegnati nientepopodimenoche dall’artista e amico Giorgio Murari, ma nulla vieta di partecipare a uno solo di questi, come nel mio caso.

Bene, è deciso! Venerdì prendo il pomeriggio di permesso dal lavoro, salto sulla bici, corro in stazione e raggiungo in treno il capoluogo veneto. Da lì, di nuovo in sella e via fino a Montorio, dove domattina all’alba prenderà il via la randonnée. Credevo di essere solo in questa prova invece, inaspettatamente, Jean-Francois, che inizialmente aveva pianificato di fare la rando imperator, mi comunica non solo che ci sarà, ma che ha anche trovato un B&B a pochi passi dalla partenza e che se voglio c’è un posto anche per me. Che bella sorpresa!

Arriviamo al B&B nello stesso identico momento, anche se io arrivo da Milano in treno e lui da Trieste in macchina, neanche ci fossimo messi d’accordo. Dopo aver consegnato gli zaini del bagdrop che ritroveremo a metà percorso e aver mangiato una pizza, decidiamo di ritirarci nella nostra stanza perché domattina la sveglia suonerà alle 4. Jean-Francois, sdraiato sul letto, scruta sul telefono le previsioni meteo con faccia crucciata. Non chiedo nulla, non voglio sapere. So che non sono belle, ma preferisco la sorpresa. Prima di spegnere la luce mi dice che domani potremmo raggiungere Villabassa, fare una breve sosta per mangiare, cambiarci e ripartire. Portarci avanti facendo più della metà del percorso il primo giorno. Vedremo. Come sempre penso che sarà la strada a sentenziare, io mi affiderò come consuetudine alle sensazioni del momento. Nessun programma. “Buona notte Jean-Francois“.

Un silenzio surreale avvolge l’aria quando ci svegliamo. Tutto è buio, calmo, immobile. Tendo l’orecchio per capire se sta piovendo ma non odo rumori. Così, in maglietta e boxer, esco sul pianerottolo e scruto il cielo. Non piove! Rientro e Jean-Francois è sempre con il telefonino in mano e la stessa faccia crucciata di ieri sera. Ma avrà dormito o è rimasto così tutta notte?!

Come un indovino, finalmente sentenzia la sua profezia: “Ho studiato il meteo: la nostra strada si incrocerà col temporale, ma se partiamo subito alle 5, passiamo via prima che arrivi nel bellunese!“. Mi fido: saltiamo sulle bici e in poche pedalate immerse nel buio, siamo alla partenza di Villa Guerrina. Qui incontro Annalisa, Oliviero, Aldo e finalmente conosco Cinzia, che seguo via social da tempo.

5.01 siamo già per strada in direzione San Bonifacio. Le prime colline svegliano le gambe, mentre il cielo schiarisce, come un sipario che si alza, mettendo in scena una triste coperta di nuvole grigie. Resto in un gruppo di una ventina di unità e in poco tempo, senza tenere un ritmo forsennato, siamo al controllo di Dueville (Km 81). Il cielo è sempre più cupo e tetro, in lontananza si odono dei tuoni e, poco prima di Bassando del Grappa (Km 98) la profezia di Jean-Francois prende forma: dapprima poche gocce, poi pioggia, tanta, troppa, torrenziale. Siamo zuppi in pochi minuti, ma quando sentiamo i chicchi di grandine tintinnare sul caschetto decidiamo di fermarci sotto la tettoia di un’azienda, che diventa una specie di raduno improvvisato di randagi.

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Essere bagnati con la temperatura bassa e stare fermi vuole dire congelarsi, così, appena smette di grandinare opto per ripartire nonostante la strada sia una specie di torrente. “Tanto ormai son bagnato” mi dico, quanto meno non mi iberno. Anche Jean-Francois riparte, ma dopo pochi minuti ha bisogno di fermarsi per prendere qualcosa di caldo, così ci salutiamo e ci diamo appuntamento più avanti o, al limite, a Villabassa, dove troveremo il bagdrop.

Come spesso mi succede, eccomi quindi da solo sulla strada: i gruppi si sono diradati e solo sporadicamente incrocio qualche anima randagia come me. Il meteo intanto sembra migliorare, con la pioggia che si fa via via meno copiosa. Mi avvicino al secondo controllo, quando ecco il tocco dell’artista Giorgio: leggera svolta a sinistra e davanti a noi si staglia una scala che punta dritta al cielo. Stairway to heaven. Tutti con il naso all’insù per cercare di capire…. Ma non c’è da capire, c’è solo da caricarsi la bici in spalla, salire i gradini e proseguire sulla strada soprastante. La traccia non mente.

A Primolano anche l’asfalto comincia ad arrampicarsi, a tratti impercettibilmente, a tratti con più decisione, ma da quel momento sarà un lunghissimo falsopiano fino a raggiungere la sella di Cimabanche (1529m). Arrivo a Feltre (Km 160), dove è previsto il secondo controllo del percorso. Ne approfitto per prendere qualcosa di caldo e dare una lavata sommaria alla bici infangata, visto che più o meno ha smesso di piovere finalmente.

Riparto e improvvisamente mi raccapezzo: riconosco la strada, percorsa già anni fa in uno dei miei viaggi in bici!
Ecco Trichiana, paese di una cara amica, immerso tra le montagne che oggi timidamente si nascondono dietro le nuvole dense. E poi Ponte nelle Alpi (Km 200), Longarone (Km 215) dove si staglia silenziosa la diga del Vajont, a memoria di un disastro senza tempo. Zone alle quali sono molto legato e che conosco bene.
Alla stazione dei treni di Longarone noto due maglie fucsia. Mi fermo: sono Roberto e Matteo della Lupatotina. Li saluto e mi dicono che sono lì perché purtroppo Roberto ha deciso di prendere il treno e tornare a casa. Ha perso la voglia, è demotivato e non trova più un senso per andare avanti. Sia io che Matteo proviamo a convincerlo ad arrivare almeno fino al controllo successivo, ma è irremovibile. Così riparto con Matteo e insieme imbocchiamo la vecchia strada dell’alemagna che, tra falsipiani e tratti più aspri, ci porta al terzo controllo di Tai di Cadore (Km 245). Il cielo finalmente si rasserena, lasciandosi trafiggere da un pallido sole con le dolomiti sullo sfondo. Al controllo Matteo ritrova dei suoi amici, così si unisce a loro e ripartono insieme. Io mi avvio da solo qualche minuto più tardi.

Ecco Cortina, con il suo centro in ciottolato. Falzarego, Valparola, Giau, Fedaia…. Tutti passi che sono lì a portata di ruota e che muovono dentro un’ondata di ricordi! Ma oggi non sono qui per loro, così tiro dritto lungo il tracciato che segue la ciclabile delle dolomiti, mentre il sole che aveva fatto da poco capolino, si fa giallastro e si nasconde lentamente dietro la schiena delle vette più aguzze.

250519_10Finalmente arrivo allo scollinamento di Cimabanche (Km 281), sotto un cielo che si fa nuovamente cupo. Proseguo alla svelta per raggiungere il prima possibile Villabassa e evitare altra pioggia. Dobbiaco e il suo lago si materializzano davanti a me in poco tempo, da lì sono strade a basso traffico e ciclabili a condurmi al controllo successivo. Un breve tratto di sterrato fangoso è l’ultima difficoltà, prima di raggiungere il controllo/bagdrop/dormitorio di Villabassa (Km 315), proprio mentre ricomincia a piovere.

Una doccia calda e un buon piatto di pasta completano la serata, ma la vera sorpresa è trovarmi al tavolo con Rosanna e Franco, due miti delle randonnée, che speravo da tempo di conoscere. Emozionato, mi avvolgo nel sacco a pelo, deciso a riposare per qualche ora nella palestra di Villabassa, insieme a un folto branco di stanchi randagi. Prima di chiudere gli occhi, riesco a sentire Jean-Francois che, congelato, ha optato per trovare un B&B prima di Villabassa. Dormirà qualche ora, per poi cercare di completare il percorso.

E’ notte fonda, il ticchettio della pioggia tambureggia lievemente sul tetto della palestra, ma è tempo di alzarmi e ripartire: non voglio essere tirato coi tempi. Riconsegno lo zaino al servizio bag-drop, agguanto una brioche offerta dagli organizzatori e mi avvio verso la bici deciso a ripartire. Qui, una serie di eventi mi fanno capire che la giornata non sarà delle migliori. Per prima cosa mi accorgo che ieri sera, nel tratto finale di sterrato, ho bucato la ruota posteriore… Peccato non essermene accorto. Tento di rimanere tranquillo e sostituisco la camera d’aria. Riparto. Pioviggina, fa freddo e la discesa verso Bressanone mi attende. Dopo soli 3km di pendenze favorevoli il faro anteriore si spegne, nonostante lo avessi caricato prima di partire. Credo la causa sia stata la pioggia copiosa di ieri ad averlo mandato in tilt. Mi maledico perché, quello di scorta, l’ho lasciato nello zaino del bag-drop sicuro che non mi sarebbe servito. Fortunatamente ho la luce frontale sul caschetto! Decido di usare quella, dato che in un paio d’ore dovrebbe schiarire. Riparto di nuovo, ma cercando di rimettere la borraccia al suo posto dopo aver bevuto, manco clamorosamente il portaborraccia e questa cade sull’asfalto. Finita lì? Assolutamente no perché nel buio più completo, senza luce anteriore, al freddo e sotto la pioggia, questa comincia a rotolare sull’asfalto in discesa fino a cadere nel dirupo a bordo strada. Mi ritrovo così anche senz’acqua! La situazione è talmente tragicomica che mi viene più da ridere che arrabbiarmi o deprimermi. Riparto per l’ennesima volta.

Alle prime luci dell’alba raggiungo il controllo di Bressanone (Km 370), dove recupero una bottiglia di plastica da 0.6cl che uso come borraccia. Finalmente la situazione sembra migliorare: ho da bere, la luce non serve più, non piove, il vento è a favore e addirittura si vedono scampoli di sole e cielo sereno.
Il percorso intanto prosegue lungo la ciclabile dell’Adige fino a Faedo (Km 460) dove è posto il 6° controllo che per me vuole dire seconda colazione dopo quella di Bressanone. Parlo con altri compagni d’avventura e concordiamo che, con il vento a favore, non sarà troppo difficile arrivare al check point successivo, visto che procederemo verso sud. A smorzare il nostro entusiasmo ci pensa però un anziano del posto: “Si, ma dovete sbrigarvi: il vento soffia in questa direzione al massimo fino a mezzogiorno, l’una. Poi cambia!“.

250519_12Sono certo che ha ragione e che sia molto più attendibile di noi! Guardo l’orologio “Ho ancora due ore abbondanti di tempo allora“, salto in sella e parto deciso col vento in poppa. In poco tempo mi lascio alle spalle il controllo segreto e quello ufficiale di Loppio (Km 510). Intanto, come aveva profetizzato l’anziano saggio, il vento cambia direzione, ma anche il percorso lo fa, puntando verso est, in direzione Verona.

Le pale eoliche di Rivoli poste in cima alla collina preannunciano che ci sarà ancora da salire e faticare, difatti la strada prende a inerpicarsi in un pugno di tornanti. Su uno di questi, avverto un dolore improvviso al ginocchio destro, ma provo a ignorarlo, concentrandomi solo sull’obiettivo finale.
Raggiungo così l’8° controllo ufficiale, quello di Rivoli (Km 560). Verona è ormai all’orizzonte, nel vero senso della parola, dato che il tracciato segue un percorso ciclabile sopraelevato rispetto alla città. L’ingresso nel capoluogo veneto si materializza seguendo nuovamente il corso dell’Adige, ma il vento che la mattina mi spingeva verso il traguardo, ora mi respinge con decisione. Agguanto il manubrio in presa bassa e vado avanti, ma il dolore al ginocchio si fa via via più insopportabile. Il colpo di grazia arriva poco dopo, quando il percorso prevede di raggiungere il punto panoramico di Castel S. Pietro. Sono poche rampe di salita, ma abbastanza per mettere definitivamente ko il ginocchio. Stringo i denti, mancano una decina di km al traguardo, ma riesco a percorrerli spingendo con la sola gamba sinistra e senza mai superare i 15km/h. Raggiungo così Montorio, sopraffatto dal dolore al ginocchio che non mi fa quasi rendere conto di avercela fatta.

250519_14Al ristoro finale ritrovo Aldo, prima di risalire in sella per tornare a Verona dove mi attende il treno. Ho le lacrime agli occhi dal dolore mentre provo a raggiungere in tempo la stazione di Porta Nuova. Riesco a salire sul convoglio poco prima che le porte si chiudano, sedermi e stendere la gamba malconcia. Finalmente ho notizie di Jean-Francois che non sentivo più da ieri sera: è riuscito anche lui a portare a termine la randonnée appena nei tempi! Sono contento per lui in quanto credo ne abbia passate delle belle, come me, come tutti in fondo.

A Peschiera salgono e mi siedono accanto due signori che hanno fatto in bici il giro delle cantine.
“Noi oggi abbiamo fatto 35km. E tu?”
“Un po’ di più”
“Quanti? 50? 100? 120? 150?!”
“600”.

Cala il silenzio e l’incredulità. Solo in quel momento mi rendo veramente conto quanto sia assurda la mia risposta, quanto sia poco credibile, quanti sacrifici ci siano dietro, non solo miei, ma anche di Claudia che mi ha supportato e sopportato in questi mesi fitti di impegni. Il tutto per realizzare un desiderio: avere la possibilità di andare a Parigi e provare a portare a termine la Parigi – Brest – Parigi. Ma questo, in fondo, è solo un altro sogno.

Il mio percorso

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