Randoselvaggia

Non amo le granfondo: troppa competizione per i miei gusti. Di solito preferisco pedalare da solo, con i miei tempi, il mio ritmo, la mia strada approssimativa. Di solito non bado alla media oraria, al tempo, al rapporto. Per dirla tuta non bado neanche troppo alla bici: mai avuta una bicicletta in carbonio ultraleggera e ultramoderna. Non cerco la prestazione, non mi interessa.

Ammiro i ciclisti professionisti, ma non è il mio mondo. L’unica cosa che mi affascina è la distanza, quella sì. Mi piace guardare la cartina dopo un giro in bici e pensare incredulo che tutta quella strada l’ho percorsa spingendo sui pedali con le mie gambe, con le mie forze.
Ecco perchè mi trovo a mio agio nelle randonnèe: percorsi di 200, 300, 400 o più chilometri da percorrere in autosufficienza. Non c’è una graduatoria, un ordine d’arrivo, un premio, ma solo un tempo minimo prima del quale non si può arrivare e un tempo massimo oltre il quale non si ottiene il brevetto. Ne ho percorsa qualcuna e il più delle volte mi sono sempre ritrovato da solo.

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Ore 7, Busto Garolfo, confine nord della periferia milanese. Non sono teso o emozionato, ma ritirare il cartellino giallo dove vengono segnati i vari controlli sul percorso, mi riempie sempre d’orgoglio. Già perchè quel cartellino giallo ha una storia lunga più di 100 anni, fatta di fatica e sudore. L’ingresso sul velodromo di Busto Garolfo rende tutto magico: chiudo gli occhi e immagino gli spalti gremiti e chiassosi, il profumo di baguette nell’aria, l’umidità che si alza dalle pietre. Per un istante sogno di essere nel velodromo della Parigi – Roubaix. Be’ tutto sommato il sapore transalpino si sente, se non altro per la partenza: alla francese.

Esco dal velodromo e orde di funambolici ciclisti mi sorpassano a velocità stratosferica. Poche pedalate ben assestate e spariscono all’orizzonte. A un semaforo raggiungo un gruppo di una 15ina di persone. Mi accodo. Di lì a poco ne sopraggiungono altre 20 e il ritmo si fa indiavolato. Affianco il ciclista davanti a me:

«Ciao, ma come fate a fare 200km a questo ritmo?».
«No, ma noi facciamo il percorso corto».
«Capito. Grazie».

Mi lascio sfilare e vado del mio passo. Percorro qualche metro con un randonneur della 200, ma sulla prima salitella ci perdiamo di vista. Buona strada.
Pedalare da solo, per ore e ore, non mi disturba. So che molti cercano sempre un compagno randagio per condividere il percorso o la fatica, ma personalmente sono abituato nelle mie uscite, nei miei viaggi, a pedalare da solo e so che comunque il mio passo è abbastanza per arrivare abbondantemente in tempo all’arrivo.

70km alle spalle ed eccomi a Borgosesia, dove la strada prende a salire dolcemente verso i 553 mslm del Colle Cremosina. Sulle prime rampe vengo raggiunto da altri 3 temerari. Il primo ad affiancarmi è Marco:

«Dai che andiamo insieme».

Poche parole, semplici, dirette. Come piacciono a me. Di solito declino educatamente, ma questa volta sento a pelle una sintonia che mi spinge a fidarmi. Alle spalle di Marco c’è Claudia: seria e concentrata dietro agli occhiali da sole. Fisico e passo da scalatrice. Ha tutto il mio rispetto. Un po’ più staccato Walter. Saliamo insieme e in cima al colle ci raduniamo e ci presentiamo. Appena la strada spiana, Walter si tramuta in una sorta di locomotiva umana, tirandoci per chilometri senza battere ciglio. Quello che mi piace e che mi fa subito sentire bene, è il clima disteso e goliardico che regna sin dalle prime pedalate. Le battute e i sorrisi si susseguono quanto gli infiniti saliscendi che si alternano sotto le nostre ruote e, dopo i primi tentennamenti, cede anche la maschera serissima di Claudia.

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Intanto ci lasciamo alle spalle anche il lago d’Orta e approcciamo la bellissima salita di Coiromonte (845 mslm). Prendo qualche metro di vantaggio per poi ritrovarci in cima dove ci fermiamo da Mirapuri, un posto fuori dal tempo dove sopravvive ancora lo spirito di Woodstock. Bellissimo!

«Ora Claudia non ti parlerà più».
«Perchè?».
«Coiromonte è la sua salita: non sopporta che qualcuno arrivi in cima prima di lei».
«Ma non sono arrivato prima: mi sono fermato alla fontana a riempire la borraccia e mi è sfrecciata davanti».

Salvato in corner. Ci portiamo sulle sponde del lago Maggiore procedendo a ritmo spedito. Provo a dare una mano portandomi davanti a tirare: se ce la faccio non mi dispiace prendere il vento in faccia. Saliscendi e chilometri si susseguono veloci come vagoni di un treno davanti a un passaggio a livello.
Man mano che la distanza aumenta, recuperiamo diversi ciclisti che questa mattina avevo visto sfrecciare via a tutto gas. Ora il loro passo è pesante, duro, legnoso. Si accodano a noi sperando che l’arrivo si materializzi il prima possibile.

Rientriamo in Lombardia, quando mancano 30km. Le energie iniziano a scarseggiare, ma rimango davanti finchè ne ho. Senza che me ne accorga, il mio gps perde il segnale: quando lo guardo mi aspetto di vedere una manciata di km al traguardo, invece segna ancora -23. Troppi per la poca acqua che ho nella boraccia e le energie che mi restano prima di vedere accendersi la spia della riserva. Mi volto in cerca di conforto:

«Ma a te quanti km mancano?».
«Massimo dieci».

Sono salvo!
Entriamo nel velodromo da dove eravamo partiti, accolti dal suono della campana e mi sfilo: Claudia, Marco e Walter meritano di tagliare il traguardo prima di me. Vorrei fosse Claudia a farlo per prima, ma i compagni di giornata le sfrecciano davanti. In compenso è la più lesta a farsi timbrare il cartellino giallo: Randoselvaggia completata in 7 ore e 30 minuti circa.

Ci ritroviamo stanchi, fieri e sorridenti al tavolo del ristoro finale. Non riusciamo a smettere di ridere e fare battute. Purtroppo però la giornata volge rapidamente al termine e un po’ mi dispiace doverli salutare perchè, a differenza di altre volte, con loro mi sono trovato davvero bene.
Spero di ritrovarli lungo la strada, magari di qualche altra randonnèe da percorrere insieme o seplicemente pedalando sorridenti con la faccia al vento.

Il mio percorso
Altimetria Colle Cremosina
Altimetria Coiromonte

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