4 giorni tra i monti

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Il sapore di AlpInBici è ancora vivo. Come un animale selvatico che viene richiamato dall’istinto verso il suo habitat naturale.
Approfitto dunque del week end di ferragosto e di 2 giorni di ferie aggiuntivi, per rifugiarmi lontano da tutti e misurarmi nuovamente su vette da fare tremare i polsi: Gavia, Mortirolo, Tonale e Aprica. Cime mitiche che mi rendono impaziente.

Decido questa volta di non spostarmi di giorno in giorno con bagagli al seguito, ma di prendere come base fissa il Camping Presanella di Temù, pochi chilomentri prima di Ponte di Legno, e partire da lì ogni giorno per la mia avventura. Bici quasi scarica dunque, fatta eccezione per il giorno d’arrivo e partenza e per gli attrezzi di pronto intervento e l’abbigliamento anti freddo e pioggia che, in montagna, mi porto sempre dietro.

16/8 L’INFINITO SENTIERO CHE NON C’E’ VERSO L’APRICA

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Lunghezza: 130 Km

Passi: Passo Aprica (1181m)

Sono da poco passate le 6, la bici è carica e io sarei anche pronto per partire. Destinazione Stazione Centrale di Milano per prendere il treno e raggiungere Tresenda. Non tantissimi i km in programma: una 60ina in tutto con in mezzo il Passo Aprica. Fuori però si scatena l’inferno: pioggia torrenziale sotto un cielo grigio. Decido così di posticipare la partenza e prendere il treno successivo, quello delle 10 e rotti.
Spiove e io mi avvio spinto da un’aria fresca e un cielo finalmente sereno, tra le vie di una Milano deserta in vacanza.
Giunto in stazione l’amara sorpresa: causa lavori sulla tratta il treno si ferma a Colico. Fatico a comprendere quale mente eccelsa possa decidere di effettuare i lavori nel week end di ferragosto, ma preferisco non indagare e assicurarmi di poter comunque raggiungere Tresenda, o quanto meno Sondrio, in qualche modo. “Si, certo, c’è un pullman sostitutivo“. Durante il viaggio sogno che l’Italia si sia finalmente evoluta e che, al mio arrivo, ci sia un fantastico pullman con rimorchio per le bici. Ovviamente sognavo. Trovo un pullman vecchio stampo, gente in coda spazientita, lamentele e posto bagagli pieno. Per farla breve la bici non ci sta.
Ricordo di aver letto dell’esistenza di una ciclabile, il Sentiero Valtellina, che sostanzialmente segue, da Colico a Tirano, il corso dell’Adda e della ferrovia. Così dopo qualche titubanza, decido di avviarmi in bici verso Tresenda, conscio che la mia giornata da 60 km circa, si sarebbe tramutata in una over 100.
Mi porto subito sull’argine del fiume evitando in qualche modo la statale e imbocco la famigerata ciclabile. Davvero bella, se non fosse che a Morbegno si dissolve sotto le mie ruote sparendo nel nulla. Niente cartelli, niente più ciclabile. Vago come un pellegrino. Ogni tanto mi illudo di averla ritrovata, invece niente. Percorro sostanzialmente la Statale, o una strada limitrofa. Di tanto in tanto, come cactus nel deserto, vedo cartelli che indicano il percorso ciclabile. Provo a seguirli, ma come miraggi si dissolvono. Ritrovo e riperdo il percorso come il segnale gps di un navigatore a New York. Spazientito e innervosito, dopo enne tentativi andati a vuoto di ritrovare la retta via, decido di imboccare la Statale. Riprovo a rintracciare il percorso dopo Sondrio, ma senza successo. Vedendomi disperso, accorre in aiuto un altro ciclista che mi raggiunge e subito mi dice “Scommetto che stai cercando la ciclabile. E’ normale non trovarla se non la si conosce: non ci sono cartelli“. Percorro con lui un bel tratto di ciclabile immersa nel bosco sino a Tresenda, raccontandoci le rispettive avventure ciclistiche e scoprendo di avere un amico / collega in comune. Quando si dice il Mondo è piccolo. Ci salutiamo, lo ringrazio per il prezioso aiuto e ognuno prosegue per la sua strada. Convinto che il peggio sia ormai alle spalle, imbocco la salita, di circa 11km, verso il Passo Aprica. Le gambe cominciano a essere stanche e il cielo inizia a far cadere un pioggia sempre più copiosa. Mi riparo sotto degli alberi per circa mezz’ora, finchè non rispunta il sole che fa brillare l’asfalto bagnato. Mi avvio dunque in salita, che non presenta particolari tratti ostici, ma il nervoso e la stanchezza fanno sembrare tutto più difficile.
Scollino che sono le 18.30 e, dopo una breve pausa mi getto in discesa. Raggiungo Edolo in poco tempo, ma da qui la strada riprende a salire dolcemente. Le energie sono ormai allo stremo, mentre la mia ombra si allunga sull’asfalto e i profili delle montagne si fanno rossastri.
Raggiungo il camping verso le 19.30. Tenda ancora da montare e doccia da fare. I gestori mi danno una coperta aggiuntiva per la notte dicendomi che scenderà un bel freddo, temperature prossime allo 0. In effetti già alle 21 l’aria è pungente e mi sento scosso da brividi. Sono da poco passate le 22 quando, avvolto in una coperta di lana e nel sacco a pelo, come un involtino, mi addormento lasciando che il gelo avanzi.

17/8 GAVIA: UNA STRADA CHE SA DI LEGGENDA

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Lunghezza: 62 Km

Passi: Passo Gavia (2621m)
Passo del Tonale (1883m)

La notte è stata davvero gelida e, senza la coperta gentilmente offerta dai gestori del camping, sarei davvero congelato. La giornata però sembra bella e nel cielo, sin dalle prime ore del mattino, spunta un sole caldo. Decido dunque, vista la bella giornata, di darmi in pasto al Passo Gavia, nonostante la fatica del giorno precedente si faccia ancora sentire. La bici è priva di tenda e borse posteriori, che rimangono in campeggio.
Mi avvio e in pochi km, attraverso una bellissima ciclabile, perfettamente segnalata, che collega Ponte di Legno con Vezza d’Oglio, sono ai piedi della salita.
L’ascesa vera e propria comincia però dall’abitato di Santa Apollonia. I 6km che precedono il piccolo paese possono considerarsi solo un antipasto per scaldare le gambe.
Man mano che si sale le pendenze si fanno sempre più decise, la strada sempre più stretta e l’asfalto sempre più grezzo e ruvido. Ho subito la netta sensazione che se la salita al Passo Stelvio l’ho sempre definita “mitica”, questa non posso che definirla “leggendaria”. Già perchè il profumo delle imprese eroiche di un ciclismo senza tempo, scritte su queste pendici, si sente ancora. L’ambiente circostante è da paese incantato e tutto contribuisce a farmi sentire meno la fatica. L’unica nota dolente sono le auto e i camper che, nonostante la sede stradale ristretta, si ostinano a voler salire al Passo. Li capisco da un lato vedendo cotanta bellezza, ma da un altro punto di vista resto dell’idea che strade come quella, dovrebbero essere riservate a bici, persone a piedi, al limite moto e, ove possibile, qualche mezzo pubblico. Niente altro. Rimango convinto che, quando conquisti la montagna con le tue forze e la tua volontà, a piedi o in bici, immerso nel silenzio, apprezzi molto di più quello spettacolo.
Quasi rimpiango il periodo in cui la salita non era asfaltata.
Con le emozioni che si arrovellano nel petto continuo la mia scalata, finchè non scorgo la mitica galleria buia, in salita, che segna l’ultimo tratto di salita. La fatica comincia a farsi sentire, l’asfalto è ridotto al minimo, ma la consapevolezza di essere in prossimità della vetta mi regala nuove energie. Mi alzo sui pedali e completo la mia scalata fino ai due laghi e al rifugio Bonetta che segnano l’arrivo al Passo. Parcheggio la bici ai 2618 m del passo Gavia e salgo ancora di qualche metro a piedi fino a raggiungere la Madonna delle Vette e l’altare con i busti di Fausto Coppi e Vincenzo Torriani. Due bambini con i genitori si godono quella vista splendida a 360° gustando il meritato pic nic tra le nuvole.
Mi sdraio su una roccia e rimango lì qualche minuto, accarezzato dal sole e da un vento gelido che mi riempie i polmoni d’orgoglio. Riprendo la bici e, dopo le foto di rito e qualche commento con altri ciclisti, mi getto in discesa dove, soprattutto nel primo tratto, è necessario prestare la massima attenzione.
Le energie nel mio corpo sembrano essersi moltiplicate ora (forse anche merito della torta al cioccolato del rifugio) e così, completata la discesa, decido di salire anche al Passo del Tonale: 10 km di ascesa, non impegnativi e regolari, che mi conducono ai 1883 m del passo.
C’è tanta gente al Tonale e io, dopo qualche istante di sosta, mi avvio in discesa rientrando al campeggio dopo 62 km leggendari.

18/8 LE ATROCI RAMPE DEL MORTIROLO

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Lunghezza: 98 Km

Passi: Passo Aprica (1181m)
Passo del Mortirolo (1882m)

La notte appena passata il freddo è stato più clemente. La giornata alterna sole e nuvole e nelle vene sento scorrere ancora la soddisfazione del Gavia conquistato ieri.
Parto di buon’ora deciso a tentare la scalata al Mortirolo. Vista la mia partenza dal lato bresciano, la cosa più semplice sarebbe salire e scendere al passo da Monno, ma se devo tentare la scalata al Mortirolo, lo voglio fare dal versante più duro: Mazzo di Valtellina.
I numeri sono da capogiro: 12,5 km di ascesa, 1300m di dislivello, pendenza media superiore al 10% con punte al 18 / 20%. Il mio obbiettivo e non mettere mai il piede a terra.
Se voglio affrontare il Mortirolo da Mazzo di Valtellina, sono costretto prima a salire nuovamente al Passo dell’Aprica, che comunque presenta pendenze assolutamente non proibitive da Ponte di Legno.
Dopo i primi 6 / 7 km di discesa, prendo la strada per Stazzona e poi nuovamente il Sentiro Valtellina che da Tirano mi conduce a Mazzo di Valtellina.
Da qui comincia la terribile ascesa.
Le prime rampe sono abbordabili e quasi invogliano a spingere, invece per quello che è la mia piccola esperienza, memore anche di quanto avevo letto in internet, è importante affrontare la salita del proprio passo, con calma, senza strafare, sin dall’inizio. State pur certi che poi suderete. Almeno una quindicina di ciclisti mi hanno superato sulle prime rampe, ma vi garantisco allo stesso modo che, qualche km dopo, la metà di essi li ho visti fermi sul ciglio della strada, o voltare la bici e tornare indietro sconfitti.
Importante è riprendere fiato e bere dove è possibile farlo, sfruttando i 33 tornanti che segnano il calvario.
La salita, appena entra nel vivo, fa letteralmente impressione e, in alcuni tratti, mi ha riportato alla memoria l’ascesa al terribile Muro di Sormano.
Ma mentre il Muro di Sormano è una sparata “breve” da fare praticamente in apnea, il Mortirolo lascia qualche breve tratto dove si può respirare.
Lungo la salita non vi sono riferimenti che indicano quanto manca alla vetta, ma ci si può orientare tramite due cose: il numero di tornanti, segnati dal 33° al 1° man mano che si sale e le varie altitudini segnate su dei piccoli cartelli di legno che fanno capolino di tanto in tanto. Sono giunto alla conclusione che indicativamente al tornante 18 / 20 si dovrebbe essere circa a metà ascesa.
Al tornante numero 11 invece troverete il monumento dedicato a Pantani.
Tornando all’ascesa man mano che salgo mi sento sempre meglio, riuscendo ad aumentare, seppur di poco, il mio ritmo. Ho la netta sensazione di vivere una battaglia personale contro un nemico che all’inizio sferra i suoi colpi più duri, ma man mano che la strada passa, come te accusa il colpo e alla fine solo uno rimarrà in piedi. Sui pedali. E quello sono stato io!
Quando il bosco si apre e mancano ormai 5 tornanti, la soddisfazione è immensa e, tra sudore e fatica, sboccia naturale un sorriso sulle mie labbra.
Tutte le energie spariscono però appena giunto in vetta e, in discesa, faccio quasi fatica. I km che mi riportano per l’ultima notte al camping li percorro davvero arrancando tra pascoli di cavalli che osservano la mia pedalata ciondolante. Le gambe sono indolenzite, ma la soddisfazione è davvero tanta. Mi sento come Rocky Balboa quando vince, allo stremo delle forze e all’ultimo secondo, contro Apollo Creed.

19/8 PUO’ PIOVERE PER SEMPRE?!

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Lunghezza: 60 Km

Passi: Passo Aprica (1181m)

E’ arrivato il giorno di smontare la tenda e tornare a casa. Fuori sento il ticchettio della pioggia. Cerco di sbrigarmi a fare fagotto, ma inevitabilmente la pioggia aumenta d’intensità e, quando mi metto in marcia sotto un cielo grigio e nuvoloni pesanti, sono già praticamente fradicio.
Risalgo per l’ennesima volta il Passo dell’Aprica, sparendo tra una nebbia inverosimile. Nonostante i pantaloni e la mantellina, sento la pioggia entrarmi pian piano nelle ossa.
Scollinato sull’Aprica, mi tuffo (letteralmente) in discesa. Notoriamente ho sempre paura in discesa, col bagnato mi sento ancora di più in difficoltà.
Nonostante la pioggia battente e il freddo, mantengo la calma e, completamente fradicio, raggiungo la stazione di Tresenda dove prendo il treno che mi riporta a casa.
Sul treno mi asciugo e mi cambio completamente, sfruttando gli spazi e la solitudine nello scomparto bici.
La situazione mi sembra quasi buffa, nonostante lo sconforto del momento.
Riesco a riacclimatarmi pochi minuti prima di arrivare a Milano, ma, sceso dal treno, mi tocca una nuova doccia nei 22 km che mi conducono a casa. Indosso vestiti bagnati al mio arrivo e ho vestiti bagnati nelle borse che mi sono tolto sul treno e che hanno inumidito un po’ tutto.
Casa si trasforma in una sottospecie di accampamento indiano e, mentre mi rannicchio sotto la coperta, guardo il cielo che non smette di versare lacrime e mi chiedo: “Può piovere per sempre?!

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