Un sogno chiamato PBP

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Sono sul treno che da Parigi mi porterà a Lione prima e Marsiglia poi. Lì inizieranno le vacanze, quelle vere.
Le immagini si susseguono confuse oltre il finestrino, così come nella mia testa dove suoni, odori, colori e sensazioni si confondono tra loro.

La Parigi – Brest – Parigi è finita ormai da 24 ore, immagino Rambouillet tristemente deserta, tornata al lento incedere quotidiano.
Fatico a mettere insieme tutti i pezzi di questo mosaico lungo 1230km, che mi ha portato da Parigi alle rive dell’oceano, per poi fare ritorno all’ombra della torre Eiffel. Il tutto il 86 ore e 14 minuti di emozioni e sudore. Forse, però, vale la pena provarci.

GIOVEDI’ 15 AGOSTO

Io e Claudia siamo sul treno che da Magenta (MI) dovrebbe portarci appena oltre confine, a Modane. Lì ci aspetta un albergo dove lasciare borse e zaini per fare un ultimo giro insieme prima di proseguire, domani, per Parigi io e per fare ritorno a casa lei. L’idea di dividerci mi rattrista, penso a quanto sarebbe bello averla accanto nella capitale francese. Sicuramente sarebbe tutto più facile, saprebbe come tranquillizzarmi, come sciogliere quella responsabilità che sento tra le ossa e la pelle. Già, perché la PBP non è una corsa a sé, ma si porta dietro molto di più. In primis tanti sacrifici: sei mesi nei quali siamo riusciti a incastrare come lego un trasloco, una nuova vita insieme e 1500km di brevetti di qualifica. Poi, quella medaglia, gliel’ho promessa con tutto me stesso. Non ultima, c’è la maglia della nazionale italiana randonneurs piegata nella borsa sottosella, che mi fa sentire in qualche modo “ambasciatore” del mio paese. Cerco di distrarmi da tutti questi pensieri facendo un controllo mentale di tutto quello che ho portato con me. “Cosa avrò dimenticato?“.
A Bussoleno il treno, pieno come un alveo di un fiume dopo una settimana di piogge, ha già 20′ di ritardo. Decide però di non ripartire dalla stazione e godersi il bel sole ferragostiano.
40′ più tardi arriveranno dei pulmini sostitutivi senza spazio bici, mentre ci assicurano che 1 ora dopo arriverà un treno sostitutivo, ma che non ci porterà a Modane, ma arriverà solo fino a Bardonecchia. “Ok, ma come arriviamo a Modane? Non possiamo percorrere il traforo in bici!“.

Valutiamo diverse soluzioni e la più “sensata” è quella di caricarci gli zaini sulle spalle, le borse sulle bici, raggiungere Susa e scalare il Moncenisio.
Le rampe iniziali riportano alla memoria la prima volta che lo scalai, un anno fa, in occasione di Alpi4000. Era notte allora, buio, freddo e oggi questo spettacolo impacchettato in cielo limpido, sembra nuovo ai miei occhi.
Lo zaino sulle spalle si fa sentire, ma la fatica scompare al cospetto di tanta magnificenza.

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Ci copriamo per la discesa quando mi rendo conto di non riuscire più ad agganciare lo scarpino destro per un problema al pedale. Inizio a ripetermi che sono segni del destino, ma provo a ignorarli e ci avviamo in discesa. Raffiche di vento a 60km/h ci respingono, ci fanno sbandare e le brutte sensazioni si rincorrono nello stomaco. Il tratto finale in pianura e 4km di inaspettata salita per dei lavori in corso, ci finiscono definitivamente. Raggiungiamo l’albergo all’imbrunire, stanchi e sconsolati.

VENERDI’ 16 AGOSTO

Guardo Claudia sparire dietro la curva e il mio volto si rattrista. Dovrà scalare di nuovo il Moncenisio, da sola, dal versante francese questa volta e io proseguire solitario in direzione opposta. Destinazione Chambery.

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L’asfalto corre veloce sotto le ruote e i 100km da percorrere si esauriscono in poco tempo, grazie alle pendenze favorevoli e al vento che ha deciso di portare il suo fiato altrove.
Un treno per Lione prima e uno per Parigi poi, mi permettono di raggiungere in serata la capitale transalpina. 8km lungo le ciclabili cittadine, sono quello che restano da percorrere per raggiungere la mia dimora.

SABATO 17 AGOSTO

Mi sveglio sotto un cielo grigio. Macchie di pioggia senza forma disegnano strane ombre sull’asfalto. L’unico appuntamento di oggi è il controllo bici a Rambouillet, alle 18, dove domani, alle 20, prenderà il via la mia PBP. Sistemato il pedale destro, occupo la mattinata pedalando tra la torre Eiffel, i Campi Elisi, l’Arco di Trionfo e Place de la Concorde.

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La mattina si consuma così, mentre la pioggerellina intermittente si fa continua e copiosa.
Altro treno, da Parigi Montparnasse ed eccomi a Rambouillet. Bici e ciclisti di ogni forma, colore e nazione invadono le strade; tutte e tutti con destinazione la Bergerie Nationale de Rambouillet. Mi metto in coda già alle 15, con i piedi immersi nel fango e il resto sotto la pioggia. L’incontro con Roberto e Collin, mi strappa un sorriso e mi aiuta a trascorrere l’attesa a bagnomaria.
Bici ok, ritiro pacco gara ok, un saluto veloce agli amici di Casa Italia e, ormai fradicio, prendo il treno che mi riporta a Parigi. La serata mondana si esaurisce cercando di asciugare i vestiti e pulire la bicicletta.

DOMENICA 18 AGOSTO – GIOVEDI’ 22 AGOSTO

Il cielo è lo specchio di ieri, ma almeno non piove. Raduno, controllo e sistemo le cose nelle borse, dopodiché il solito treno mi trascina a Rambouillet.
Bici da corsa, bici da viaggio, cargo, tandem, reclinate… Pare una fiera a chi ha il mezzo più trash! Si potrebbe quasi pensare sia una partenza di una crtitical mass e non di una randonnée da 1230 km, ma forse la differenza non è poi così tanta.

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Lascio la borsa che ritroverò due volte lungo il percorso e, uno dopo l’altro, incontro tanti compagni di strada. Franco, Rosanna, Annalisa, Matteo, Jean-Francoise, Jean-Marc, Aldo e tanti altri. Persone con le quali ho condiviso asfalto e fatiche, gioie e difficoltà. Tutti i volti sono sorridenti e smaniosi di dare il primo colpo di pedale, ma è ancora presto.
Indosso la maglia della nazionale per la foto e un brivido galleggia sulla pelle.
Iniziano a partire le prime batterie verso le 17, mentre un sole dorato ci scalda finalmente le spalle. Cerco le maglie azzurre per un ultimo saluto prima della partenza.
Alle 19.30 alzano il cartello con la lettera “R”, è il mio turno di mettermi in coda.
Non ho una strategia, non ho studiato il percorso, non ho fatto delle ipotetiche tappe. So solo che dovrò cercare di percorrere 350Km per 3 giorni consecutivi e i restanti 200 dovrò portarli a termine entro le 14 del quarto giorno. Vivrò di sensazioni: pedalerò finché me la sentirò e mi fermerò quando capirò che sarà il momento. Poco altro.
Timbro. “Bonne route“. Aggancio lo scarpino e parto. Il mio unico pensiero nei primi km, avvolto da una luce ocra, è quello di non cadere, visto l’assemblamento di velocipedi e ciclisti.
Ecco le prime collinette, sulle quali i gruppi si sgranano e dietro le quali il sole si nasconde. Mi aggancio a un treno “IrloPolacco” e con loro scorrono via i primi 70km. Scendo dal treno per una sosta pipì e riparto da solo. Pochi km e trovo Lele, mio compagno di squadra. E’ qui con i suoi storici compagni di viaggio e hanno studiato una strategia che prevede di fermarsi per due volte in un appartamentino che hanno prenotato.
Mortagne Au Perche è il primo ristoro, dopo 118km. La gente è tanta e, avendo con me scorte di acqua e cibo, proseguo dritto nella notte, una collina dopo l’altra. A colpirmi da subito sono i paesi: addobbati a festa come per il passaggio del tour e con la gente assiepata lungo la strada per applaudire i ciclisti fino a notte fonda. Collina dopo collina, mi renderò conto come la PBP sia una festa a cielo aperto lunga 1230 km e che i centri abitati, con i loro banchetti da ristoro improvvisato, i bambini a sporgersi per un cinque e gli adulti ad applaudire tutti indistintamente, siano la vera marcia in più di questa manifestazione.

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Le nuvole coprono il cielo scuro  e un freddo umido (8°C) si infila nelle ossa come un ago. 216Km sono alle spalle, quando arrivo a Villaines La Juhel, primo check point della PBP. Mi fermo qualche minuto a una boulangerie-patisserie, aperta 24 ore per l’occasione. Caffè, biscotti, acqua e baguette, tutto rigorosamente alla rinfusa e riparto.
Il cielo si fa vaniglia, quando raggiungo il controllo di Fougeres (305Km), al quale segue quello di Tinteniac (359Km) e Laudeac (445Km). Tra Tinteniac e Laudeac c’è il bagdrop ad attendermi, dove cambio i pantaloncini e recupero cibarie. Inevitabilmente tutti la prima notte della PBP la passano in sella. E’ impensabile pensare di fermarsi a dormire e restare nelle 90 ore.
A Loudeac però di ore ne sono passate ormai 24 dalla mia partenza e ho bisogno di un po’ di riposo. Mi chiudo nel sacco termico e mi lascio cadere sul prato. Treno diretto per il mondo dei sogni per un’ora e 30′.

Il sole è già tramontato sulla Bretagna, quando riparto. La seconda notte è per me la più dura: i 5 umidi gradi dal sapore oceanico si fanno sentire nelle discese, mentre corpi inermi e sfiancati si lasciano cadere sull’asfalto come foglie d’autunno. Anime esauste, che osservandole attentamente, non capisci  se sono vive o morte. Forse sono in una specie di limbo: il corpo è esanime sopraffatto dalla stanchezza, ma il cuore batte ancora, sospinto da polvere di sogni.

Verso le 4 capisco che anche per me il sonno sta avendo la meglio, così mi siedo su un marciapiede, in un paese deserto e mi stringo le ginocchia al petto. Chiudo gli occhi, ma vedo le stelle appese sopra il caschetto. Penso a Claudia, a Brest, a Parigi. Devo andare, voglio andare. Sono passati solo 15′ e mi sembrano troppi. Riparto.
Il controllo di Carhaix-Plouguer (Km 521) è già alle spalle, mentre l’aria fredda porta con se il profumo di mare. Brest non deve essere poi così lontana. Per raggiungere l’oceano, però, bisogna scollinare il punto più alto del percorso: 350m. Una salita infinita e snervante. L’arrivo a Brest (610Km) è però un’emozione fortissima. Per la prima volta dalla partenza mi rendo conto di aver comunque fatto qualcosa di unico. Ora vada come vada.

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La vista dell’immenso oceano mi ricorda il viaggio in Portogallo, pensieri e emozioni non hanno più differenza ormai: tutto si fonde senza regola e logica. Penso a quante cose siano cambiate da allora, ma come allo stesso tempo sia sempre quel “ragazzo sognante”. Leggo sull’asfalto le scritte di una figlia per suo papà, anche lui impegnato in questa sfida senza logica con sè stessi e le lacrime si nascondono dietro gli occhiali da sole. Mi fermo sul ponte. Respiro. Non mi resta che riavvolgere il nastro e tornare indietro.

Scollinati di nuovo i 350m, incrocio e riconosco altri randagi intenti a raggiungere Brest. Intravedo Tommaso, con cui ho condiviso un pezzo di Alpi4000, ma non faccio a tempo a salutarlo. Penso che ogni pedalata in più, è una pezzo di strada che mi allontana da Brest e mi avvicina a Parigi. Pensieri insulsi, ma in questi momenti ti aggrappi a ogni cosa. Prendo un buon ritmo e raggiungo Cinzia, col volto sofferente e piegata sulla sua bici. Facciamo un tratto insieme e quasi contemporaneamente arriviamo a Loudeac (783Km).
E’ di nuovo buio, è di nuovo notte e l’idea di pedalare nel freddo oscuro non mi piace molto. Inoltre credo di aver bisogno di qualche ora di sonno. Per la prima volta dalla partenza abbozzo un piano: arrivare a Quedillac (844Km) il più presto possibile, recuperare la borsa del bagdrop, dormire qualche ora e ripartire all’alba. Così faccio: arrivo alle 2 e, sfatto come sono, mi getto sul materasso del dormitorio per 3 ore.

Quando recupero la bici, rimasta fuori per le ore di sonno, la trovo ricoperta da uno strato di brina. Una splendida alba si accende nel cielo, mentre le ruote riprendono a girare.

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Lungo la strada verso Tinteniac (870Km) incontro Angelo. Lo riconosco dalle prolunghe da crono montate sulla bici. Era forse l’ultimo che mi restava da incontrare. Avevamo fatto un pezzo del 200 di qualifica insieme e insieme arriviamo al controllo. Lui ha il camper d’appoggio e necessita qualche ora di sonno. Ci salutiamo, incoraggiandoci reciprocamente. Proseguo e giungo a Fougeres (924Km) poco dopo le 10. Tra due croissant riesco a sentire Claudia che mi rincuora sul mio ritmo di marcia. Mi dice che sono perfettamente nei tempi e che devo valutare di riposare un po’ perché ne ho bisogno. Le sensazioni mi dicono però di andare avanti, così riparto. Villaines-La-Juhel (1013Km) sembra non arrivare più. Arranco sugli eterni stradoni con colline a perdita d’occhio. Ritrovo Cinzia, sempre più sofferente e stanca.
E’ forse il momento più difficile, ma il cartello con scritto “Forza che avete già fatto 1001Km” è un’autentica siringa di adrenalina piantata dritta nel cuore, stile “Pulp Fiction”, per non parlare poi dell’arrivo al controllo, dove due ali di folla applaudono ogni corridore. Do il 5 a tutti i bambini che si sporgono, a costo di fermarmi e fare a zig zag sulla strada. Gli occhiali da sole nascondono per la seconda volta le lacrime.

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Chi sono per meritarmi tutto questo? Se loro sono qui per dedicarmi il loro tempo, meritano che qualche pedalata la dia anche per loro. Se lo meritano“.

Con questo pensiero in testa riparto dopo una doccia rigenerante (per la cronaca è stata l’unica doccia in 3 giorni e mezzo, dopo la quale ho rimesso gli stessi vestiti di prima).

Di nuovo buio, di nuovo Cinzia, pochi km prima del controllo di Mortagne-Au-Perche (1097Km). Percorriamo insieme gli ultimi strappi, mentre ci rendiamo conto come ormai ogni fisico che vediamo, i nostri compresi, siano sfatti, stremati, senza più un senso di pedalata. A farci andare avanti è solo la testa, il cuore e quel dannato motivo che ognuno di noi si porta dentro. Mi alzo sui pedali sull’ultima rampa, un ultimo sguardo alle stelle prima di rendermi conto che, a questo punto, posso tirare un attimo il fiato. Mancano circa 130km e ho ancora 16 ore di tempo. Salvo imprevisti è fatta, ma non voglio pensarci. Non ancora.

Riesco a sentire Claudia. Mi convince che posso dormire almeno fino alle 3 e fare gli ultimi km nelle restanti 11 ore. Ha ragione, ma solo dopo averla salutata mi rendo conto che non c’è un dormitorio. Sposto il piatto vuoto che ho davanti, poggio la testa sul tavolo e chiudo gli occhi.
A mezzanotte e mezza mi sveglio, tra altri corpi sfiniti, gente che riparte e altri che arrivano. Mi copro e riparto anch’io.

La notte è meno fredda delle altre, o forse sono io a sentirla così, sospinto dai km che via via si assottigliano.
Eccomi a Dreux (1174Km) poco prima dell’alba. Con tutta calma sorseggio un caffè caldo, accompagnato da tre fette di torta. Rambouillet dista meno di 50Km e mi restano ancora più di 9 ore di tempo. Me la prendo con calma, godendomi gli ultimi incitamenti della gente, gli ultimi cartelli e ripensando a tutta la fatica versata sull’asfalto.

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Entro in paese e tutte quelle emozioni che avevo sognato per un anno intero, annegano nello stomaco. Mi rendo conto che sulla linea d’arrivo non ci sarà nessuno ad attendermi. Sarò solo, senza la possibilità di condividere questo momento con chi vorrei.
Taglio il traguardo dopo 86 ore e 14′, con un sapore d’amaro in gola. Quasi a comprendere il mio stato d’animo, mi vengono incontro Franco e Rosanna e con loro mi dirigo verso casa italia. Sento gli occhi stanchi sotto le lenti scure, ma quando mi mettono al collo quella pesantissima medaglia, ecco che forse qualcosa si accende. “Questa è per te, te l’avevo promessa“.

Verso mezzogiorno il treno mi riporta a Parigi, dove faccio stancamente ritorno all’hotel che mi aveva ospitato i giorni prima della partenza. Una doccia calda, spengo tutto e mi infilo sotto le lenzuola. Gli occhi gonfi come quelli di un pugile, si chiudono sopraffatti dalla fatica.

Mi sveglio alle 18.45. “Non avrò mica sognato tutto?!“. Quasi a precedere quel bislacco pensiero, la medaglia appesa all’abat jour è li a dirmi: “No, è tutto vero“.

VENERDI’ 23 AGOSTO

Il treno dal quale scrivo è ormai arrivato a Lione. Dormirò qui stanotte e domani un altro convoglio mi porterà a Marsiglia dove mi raggiungerà Claudia. Non vedo l’ora di darle la sua medaglia.
Potrei continuare a scrivere per ore ancora adesso che sono più riposato, ma finirei solo per annoiare chi, come te, sta leggendo questi pensieri confusi di qualcuno che in fondo non ha fatto altro che non smettere di credere in un sogno.

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Traccia della mia PBP

KIT PBP 2019

BORSE/BORRACCE:

Ortlieb Seat Pack M sottosella
Ortlieb Ultimate 6 a manubrio
1 Borraccia da 750ml
1 Finta borraccia

Zainetto bagdrop ritrovato due volte lungo il percorso

ABBIGLIAMENTO:

Scarpe bici (indossate)
Calze (1 paio indossato, 1 paio nello zaino bagdorp)
Pantaloncini (1 paio indossato, 1 paio nello zaino bagdorp)
Maglietta intima smanicata DHB (1 indossata, 1 nello zaino bagdrop)
Maglia Nazionale italiana Randonneurs (indossata)
Cappellino (1 indossato, 1 nello zainto bagdrop)
Casco (Indossato)
Ghette impermeabili vaude (borse)
Manicotti e gambali (borse)
Smanicato antivento (borse)
Mantellina antipioggia (borse)
Collare e fascia testa (borse)
Guanti lunghi (borse)
Gilet cartarifrangente (borse)
Sacco termico (Bivy bag) (borse)
Coltello multiuso da camping con posate (borse)

ILLUMINAZIONE / ELETTRONICA:

Luce anteriore Cateye da 800 lumen (1 montata su bici, 1 di scorta nelle borse)
Luce posteriore Cateye Omni 3 (1 montata su bici, 1 di scorta nelle borse)
Luce frontale Petzl (fissata su caco con dei velcri)
Power bank da 12.000 mah
Dinamo a mozzo
Cavi per ricaricare i dispositivi
Garmin Edge 520
Batterie ministilo di scorta per luce posteriore (borse)

IGIENE E MEDICINALI:

Dentifricio e spazzolino (borse)
Cerotti e salviette disinfettanti (borse)
Salviette umidificate (borse)
Fazzoletti di carta (borse)
Ciabatte (borse)
Asciugamano in microfibra (borse)

MANUTENZIONE BICI:

Multitool (finta borraccia)
3 camere d’aria (2 nelle borse, 1 nello zaino bagrdrop)
Pezze adesive (finta borraccia)
Nastro adesivo e fascette (finta borraccia)
Cacciagomma (finta borraccia)
Pezzo di copertone (finta borraccia)
Cacciavite (finta borraccia)
Forbici (finta borraccia)
Pinze (finta borraccia)

CIBO:

In abbondanza e a piacere (nelle borse, nello zaino bagdrop, preso lungo il percorso)
Beta fuel (2 nelle borse, 2 nello zaino bagdrop)

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