Maggio: il Giro, i miei giri

Foto da Feedback Sports ‏@feedbacksports
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Tra un sole al gusto di aperitivo estivo e piovaschi dal retrogusto di inverno, anche maggio è alle spalle.
Nei campi del Parco Agricolo Sud Milano, sono riprese le coltivazioni dopo il freddo letargo. Le risaie hanno ripreso vita creando specchi d’acqua inaspettati e il grano comincia ad innalzarsi verso il cielo. I conigli e le lepri si sono definitivamente svegliate e i papaveri hanno colorato, più o meno assiduamente, prati campi e fossi.
Per gli amanti dei pedali però maggio vuol dire principalmente una cosa: Giro d’Italia! E Giro è stato.

Devo subito ammettere che, al contrario di quello che pensavo, è stato a mio modo di vedere uno dei giri più belli degli ultimi anni. Iniziato con una cronosquadre sulla ciclabile ligure di San Remo (spot da mostrare all’estero per il nostro Paese), ha riservato sorprese inaspettate anche nelle tappe più impensate, anche in quelle lisce come un encefalogramma piatto, vedi per esempio Contador che rimane coinvolto in una caduta a 3km e 200m dal traguardo.

Un giro partito con 4 contendenti: Contador, Aru, Porte e Uran. Gli ultimi due si sono persi per strada, mentre Landa, inaspettatamente, è salito sul carrozzone dei pretendenti. Questione di forma, di tenuta, di tenacia, di fortuna e sfiga, di ruote cambiate. Di tutto un po’. Come sempre è stato e come sempre sarà, non sono le parole e le terorie a fare la classifica, ma la strada e i corridori.

Un Giro umano, dove chi più chi meno, ogni pretendente ha avuto almeno un passaggio a vuoto, un momento di difficoltà. Alla fine ha vinto Contador, meritatamente e senza dubbio il più forte, ma non senza colpi di scena.
Un Giro dove finalmente si sono accantonati gli inutili buonismi del “se buchi ti aspetto”. A mio modo di vedere la corsa è corsa e ognuno deve fare la sua approfittando, se lesto, degli imprevisti e passaggi a vuoto avversari.
Come ha dimostrato la strada poi: chi di foratura colpisce, di foratura perisce. Giusto così.

E io? Io nel frattempo correvo a casa dal lavoro alzandomi sui pedali, controvento, per riuscire a vedere il finale di tappa. Oppure mi sforzavo di restare sveglio fino in seconda serata, senza sapere il risultato, per gustarmi la tappa in differita. I week end invece partivo presto in bici, di modo da essere a casa per la diretta. Passione. Questo in fondo è il ciclismo.
Tante le immagini che mi restano indelebilmente scritte dentro: sicuramente la vittoria di Tiralongo, la rivincita dell’operaio, del gregario, di colui che supporta e sopporta il capitano. Un fido scudiero che non ti abbandona mai. Importante? Fondamentale. Tanto che all’arrivo, dopo aver saputo che il compagno di stanza, gregario e amico aveva vinto, Aru è scoppiato in lacrime e i due si sono sciolti in un abbraccio fraterno.
Fondamentale dicevo, tanto da essere certo che se non ci fosse stato Tiralongo, nella tappa con arrivo a Cervinia, Aru si sarebbe staccato… O forse non sarebbe neanche partito. E invece? Ha vinto, staccando la compagnia con uno scatto rabbioso.
Ha vinto, passando dall’inferno, dal Mortirolo, da quella rampa di garage di 11km. Indelebile la sua immagine, ricurvo sulla bicicletta come un tronco che sta per spezzarsi, con la lingua fuori. Solo chi ha provato quelle sensazioni stando in sella, sa quanto si soffra in quei momenti. Lui ha sofferto, ha stretto i denti, ma non ha mollato e alla fine la sua tenacia è stata premiata.
Altrettanto indelebile su quelle assurde rampe infernali è l’impresa del Pistolero che, dopo essere rimasto attardato per una foratura, si prodiga in uno show che riporta alla memoria l’impresa di Pantani a Oropa. Alla fine gli manca la vittoria di tappa, ma lo spettacolo che offre vale quanto la vittoria. Il vero colpo Contador lo mette a segno nella lunghissima cronometro, dove sbaraglia tutti, ma è mediaticamente meno spettacolare della battaglia su rampe impossibili.
Due menzioni d’onore vanno fatte a Landa, inaspettato protagonista di questo Giro e Hesjedal: tenace, discontinuo, forse senza tecnica e tattica. Un inno alla follia che esalterebbe anche un depresso cronico, ma che allo stesso tempo ti fa venir voglia di mandarlo a quel paese perchè a parer mio, sul podio, ci poteva finire correndo diversamente e se lo sarebbe meritato.
Poi c’è il Colle delle Finestre, con il suo sterrato senza tempo, con polvere e memoria. C’è Contador che si pianta, c’è crisi anche per lui, c’è Aru che scatta e prova a ribaltare il Giro all’ultimo respiro. Troppo il distacco del Sardo per pensare di colmare il divario. Bravo comunque Fabio, perchè Alberto è un fuoriclasse e il tuo secondo posto vale comunque tanto, per te e per tutti noi. Si, noi, il pubblico, che come ogni anno ci riversiamo sulle strade per un istante, un frammento, un passaggio della corsa rosa, un grido, un sogno.
Mi chiedo perchè quello stesso popolo della bicicletta, non possa rimanere popolo anche dopo il passaggio della corsa. Perchè poi tutto torna nell’indifferenza? Che sia proprio la bicicletta a unire?

Ma cosa ne so io, io non sono altro che un cicloturista errante. Alimento i miei sogni a colpi di pedale e devo dire che di pedalate a maggio ne ho fatte davvero tante.
Ho ancora tanti dubbi da risolvere su quel che sarà, ma so di dovermi preparare in questo giugno appena iniziato, anche se non so ancora di preciso per cosa. So che presto verrà il momento di partire, di soffrire, di curvarmi sulla bici, di gioire, di arrivare in cima passando dall’inferno.

Maggio

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