August and everything after

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“August and everything after” è una lunga, malinconica e solitaria ballata dei Counting Crows. Da quando li seguo, è sempre stata una delle mie canzoni preferite. E’ una canzone dalla storia particolare e curiosa, quasi fantasma. Il testo infatti è scritto sulla copertina del loro album d’esordio, ma della canzone, sul disco, non c’è traccia. Il cantante racconterà poi che, il giorno della registrazione dell’album, non riusciva proprio a eseguire quella canzone in modo decente, così alla fine venne rimpiazzata, pur restando sulla copertina e dando il titolo al loro album.
Da lì non vi furono più notizie della canzone finchè, su pressione dei fan e grazie al ritrovamento di una demo, Adam Duritz la eseguì dal vivo durante un concerto a San Francisco.
Letteralmente, il titolo si può tradurre come “Agosto e tutto quello che ne consegue”, motivo per il quale ho scelto questa canzone come titolo del mio post perchè, nel bene o nel male, questo  agosto ha segnato e cambiato la mia vita.

E’ sabato 5 agosto, fa caldo. La sveglia suona alle 5.30, dovrei partire per la Valtellina per un week end a base di Mortirolo, Gavia e Stelvio. Purtroppo però domenica sono previsti temporali a Bormio e dintorni, così opto per rimandare a un week end successivo e fare un giro attorno a casa, un centinaio di km.

Sono le 11.30 circa e sono quasi a Vigevano. 65km già alle spalle. Non vado troppo forte e bevo costantemente, quando improvvisamente… Buio.
Non so cosa sia successo, non so come. Quando riapro gli occhi mi ritrovo su un’ambulanza che va a sirene spiegate. Ne deduco di essere caduto, ma non so come. Ho picchiato la testa vicino alla tempia e ho diverse escoriazioni sulla parte destra del corpo: mano, gomito, ginocchio.
Sono al pronto soccorso di Vigevano, distesso sulla tavoletta di legno. Provo a muovere la gamba destra e sento un dolore lancinante. Mi dico che questa volta ho rotto qualcosa.

Le parole del medico mi colpiscono come un treno lanciato in corsa: trauma cranico e frattura composta dell’acetabolo destro, un osso del bacino.
Gli chiedo indicativamente i tempi: “Un mese senza muoversi dal letto e poi due mesi di stampelle. La bici dovrai scordartela per un po’”. Quelle parole mi rimbombano nella testa e nel petto all’infinito. 3 mesi. 3 lunghi mesi senza poter camminare o pedalare. Chiedo se servirà l’operazione “Lo valuteremo nei prossimi giorni”.

La prima settimana, immobile a letto, mi annienta, soprattutto a livello umano perchè mi rendo conto di non essere in grado di fare nulla da solo: lavarmi, vestirmi, andare in bagno… Niente. In più continui capogiri mi fanno stare male e preoccupare. Fortunatamente tutti gli esami alla testa risulteranno negativi e, giorno dopo giorno, lentamente, inizio a riprendermi.
Intanto per il bacino sembra prendere il sopravvento l’ipotesi della terapia conservativa: niente operazione e un mese a letto di modo che l’osso si calcifichi. Però i medici, prima di darmi la certezza, preferisco sentire altri più esperti sottoponendo lastre e radiografie. Il responso che arriva è che invece è consigliato intervenire chirurgicamente. L’11 agosto vengo trasferito all’ospedale Niguarda di Milano. Moralmente cerco comunque di reagire: mi ripeto che mi lascerò alle spalle questa vicenda, che ce la farò, sarò forte. Sorrido nel pensare che anche il grande Fausto ruppe il bacino. Avevano ipotizzato la fine della sua carriera ciclistica. Con caparbietà tornò e vinse l’impossibile.
Sul cellulare, da facebook, twitter, mail mi arrivano gli incoraggiamente di tanti cari amici, alcuni che non sentivo più da secoli e tutto contribuisce a darmi ulteriore carica e battiti cardiaci. Molti altri vengono a trovarmi direttamente in ospedale regalandomi sorrisi e ulteriore linfa. A tutti non posso che dire GRAZIE.

Nuovi esami, nuove lastre, risonanze e radiografie. Il 17 agosto alle 7.30 finisco sotto i ferri. Ne esco 4 ore 30′ più tardi con 2 tagli, 2 viti sottocutanee a tenere insieme quell’osso malridotto, 17 punti, ossigeno, morfina, flebo e drenaggio. Sento di aver scollinato la prima salita, anche se fisicamente sono a terra.
Qalche giorno più tardi, quando mi viene staccata la morfina, che continuava a darmi malessere, mi sento subito meglio. Chiedo che non mi venga più riattaccata. Così sarà. Via via spariscono anche ossigeno, drenaggio, flebi e antidolorifici.
Il 21 agosto con un girello prima e una sedia a rotelle poi, muovo “i primi passi”. Sono emozionato scendendo dal letto, sentendo il pavimento freddo sotto le piante dei piedi. Esco dalla stanza per la prima volta e per la prima volta entro in bagno. Tutte cose che troppo spesso diamo per scontate, ma quando vengono a mancare di botto come nel mio caso, capisci quanto sono preziose e quanto, nonostante tutto, sei fortunato.
22 agosto: è la volta delle stampelle. Che fatica! Ma sono troppo felice di potermi muovere che non smetterei più di girare nel corridoio dell’ospedale.

23 agosto: vengo dimesso dall’ospedale. Tornare tra le mura di casa è un ulteriore passo: un’altra salita lasciata alle spalle. Essere a casa, con tutti i limiti del caso, è un’altra cosa. Mi fa subito sentire meglio.

1 settembre: tolti i 17 punti metallici e, due giorni dopo, anche le medicazioni.

Ora inizia la terza salita di questo immaginario tappone alpino: tornare a camminare. Ci vorranno mesi, fatica e fisioterapia. In mezzo tanti piccoli strappi secchi che condurranno alla vetta. Non ho paura però perchè chi ama andare in bici, soprattutto in montagna, ha una predilizione quasi masochista per la sofferenza. Di montagne ne ho scalate un po’ e se c’è una cosa che ho imparato è che per arrivare in vetta servono soprattutto pazienza e sacrificio. Su alcune cime ci sono arrivato senza gambe, solo con cuore e testa, ma non ho mai mollato e di certo non lo farò questa volta, perchè dalla vetta poi, si può godere di una bella vista.

Non so dunque cosa seguirà di preciso a questo agosto che ormai sta per finire, ma so che questo lungo e logorante tappone alpino lo voglio concludere per ripartire da dove, un caldo sabato mattina, quel mio incedere spensierato tra cielo e terra, è franato sull’asfalto.

So che un giorno tutto ciò sarà solo un ricordo: un po’ come una canzone dimenticata, da canticchiare all’improvviso tra amici, per poi sorridere.

(Seguiranno aggiornamenti)

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