Nivolet nel cielo terso

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DISTANZA:
115Km
DISLIVELLO:
2198m D+
PARTENZA / ARRIVO:
Cuorgnè (TO)
Percorso andata e ritorno sullo stesso tracciato.
Vedi mappa percorso
SALITE AFFRONTATE:
– Colle del Nivolet (2612m) – Scheda
DIFFICOLTA’:
45
PANORAMA:
5

DESCRIZIONE:
Il Nivolet è una di quelle salite che con i suoi panorami maestosi e immensi, ripaga di ogni goccia di sudore che si versa sull’asfalto. E’ un’ascesa lunga, insidiosa, scomoda e arrivare lassù non è cosa da tutti i giorni, ma quando arriverete al passo, stanchi e provati, avrete un solo pensiero: “Ne è valsa la pena“.

Formalmente, l’ascesa ha inizio a Locana (TO), lungo la strada che costeggia il torrente Orco (un nome un programma). Però, molti degli avventurieri che tentano la sorte arrampicandosi sui fianchi della montagna, partono da Cuorgnè, 17 Km e 200m di altitudine più a valle. 17Km utili per scaldare le gambe e prendere il ritmo. Claudia e io, in barba alle consuetudini, partiamo invece da Loranzè: piccolo abitato che si incontra poco dopo Ivrea, allungando così la già di per se infinita ascesa. Partiamo presto, in un sabato d’agosto caldo e afoso sin dalle prime ore di luce.

I primi km, di avvicinamento, sono un lungo e eterno falsopiano a salire che, dai 240m di altitudine, ci porta ai 600m e spicci di Locana in una trentina di Km. Tra un paese e l’altro, la strada continua la sua inesorabile e lenta rampicata, alternando qualche tratto più impegnativo ad altri, la maggior parte, pedalabili. Fino qui nulla da segnalare, anzi veniamo sopraffatti da un senso quasi di noia. Arriviamo così a Noasca 1058m e a destarci ci pensa l’asfalto che, inaspettatamente, si solleva ribelle sotto le nostre ruote con una serie di 5 tornanti che raggiungono pendenze del 16%. Il clima caldo e torrido ci fa sudare copiosamente e a ogni fontana che incrociamo, ne approfittiamo per riempire le borracce. Giungiamo così all’imbocco del lungo tunnel, di circa 3,5 Km, che un tempo bisognava forzatamente percorrere. Fortunatamente oggi non è più così perchè, in occasione del passaggio del Giro d’Italia nel 2019, è stata asfaltata la strada parallela al tunnel che porta all’abitato di Pianchette. L’asfalto è tutt’ora in perfette condizioni e, superato il paese, una sbarra impedisce il passaggio ai mezzi motorizzati. La lingua di catrame intanto si inerpica come una rampa di lancio tra rocce e vegetazione, risalendo la valle dell’Orco. Fatichiamo parecchio in questo tratto, con le pendenze che rasentano il 18%!

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Raggiungiamo così Ceresole a quota 1450m, ultima occasione per fare rifornimento d’acqua. Un tratto in leggera salita, mentre costeggiamo l’azzurro lago, ci permette di rifiatare, ma di lì a poco le pendenze riprendono a inasprirsi. Anche il panorama però a questo punto cambia radicalmente: la vegetazione svanisce come per incanto e il sipario che si apre davanti ai nostri occhi increduli è quello di alta montagna: brullo, scarno, stupefacente e maestoso! Vediamo la strada arrampicarsi in costa e fatichiamo a credere di poter arrivare lassù, dove asfalto e rocce si confondo e si fondono insieme. La salita è ancora lunga, circa 15Km e l’unica ombra che troviamo è quella dei nostri corpi ciondolanti sull’asfalto scuro. Procediamo sotto il sole cocente, versando sudore  e consumando acqua a sorsate, quasi fosse il carburante di una Ferrari lanciata a tavoletta.

Superata l’imponente diga, raggiungiamo a quota 2200m il lago Serrù, punto di arrivo nel Giro 2019.
Un tratto in discesa ci permette di raggiungere poi il lago Angel, dove la sede stradale corre in bilico sulla diga, come un equilibrista. Davanti ai nostri occhi vediamo la parte restante di salita: una serpentina verticale aggrappata a una parete che sovrasta i due laghi. Siamo stanchi e provati, controlliamo la poca acqua che ci resta nelle borracce: dobbiamo razionare i sorsi che ci restano da qui al valico. Claudia mi guarda e cerca conferma nei miei occhi “Dobbiamo salire fino là?“. In queste occasioni la mia risposta è sempre la stessa, quella che mi ha insegnato la montagna negli anni: “Non pensare alla strada che manca, ma guarda alle tua spalle tutta quella che hai percorso fino ad ora“. Proprio così: perché osservando a valle, si vede l’asfalto da dove siamo saliti perdersi all’orizzonte.

Ripartiamo, pedalata dopo pedalata, mentre un sole pieno ci cuoce senza ostacoli il collo e ci regala viste mozzafiato. I due laghi sono sempre più distanti, fino a sembrare due pozzanghere solitarie in un deserto arido. “Prima eravamo laggiù, non sembra incredibile?“. Il cartello del passo è ormai a portata di ruota, a quota 2612m.

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Giunti in vetta, ci sono due possibilità di ristoro: il rifugio Chivasso: pochi metri dopo lo scollinamento, percorrendo un breve tratto sterrato a piedi; o il rifugio Savoia, circa un Km oltre la cima. Attenzione però perché per raggiungerlo bisognerà scendere e poi risalire. Già: perchè l’asfalto si esaurisce pochi metri dopo la struttura. Per anni c’è stato il progetto di collegare il versante Valdostano con il Colle, ma a oggi non ci sono notizie a riguardo. Noi optiamo per il rifugio Chivasso, da dove si può godere di una bella vista su altri due laghetti: i laghi del Nivolet.

Discesa obbligata dal medesimo versante quindi.

Ci copriamo a dovere, anche se i due tratti in contropendenza in corrispondenza del lago Serrù e di Ceresole Reale, ci fanno sudare di nuovo. Il ritorno alla civiltà, agli abitati, al quotidiano, è come un nastro che si riavvolge attorno all’anima: quello di un caldo giorno d’agosto nel quale abbiamo pedalato su una “Nivolet” nel cielo terso.

FOTO:

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